Dal Catalogo - Due o tre cose che so di lei

Palermo, Serena
Sergio Troisi

«Conviene allora prendere le mosse, per seguire i fili tessuti da Battaglia e Cipolla intorno a questa modella che è anche personaggio e figura (e a cui Serena Barone presta l'interpretazione di corpo e sguardo), dall'epilogo provvisorio del loro lavoro, affidato a simile oggetto simbolico: il drappo tricolore in cui la donna si avvolge seduta nella barca beccheggiante alla deriva, prima di lasciarsi cadere in mare lasciando che la bandiera la veli tra i flutti (così termina il video Fine della storia di Letizia Battaglia), e la gualcita sottoveste nera, vuota di chi l'aveva indossata nelle sedute di posa, ormai dismessa come un attrezzo di scena al termine della rappresentazione e inglobata direttamente nella pittura da Gaetano Cipolla, isolata come un relitto al centro della tela. Ma prima di questo duplice naufragio, quella stoffa era stata toccata, carezzata, serrata nella stretta del pugno, sollevata come se l'atto di spogliarsi l'esibisse simile al vessillo della pietà e della resa. Una gestualità minima, dissimulata, e tuttavia rivelatrice dei due approcci: nei dipinti e ugualmente nel fitto corpus di disegni che li accompagnano, Cipolla indaga infatti una temporalità quotidiana tessuta di ossimori - sciatta e nervosa, allarmata e stanca - che ribadisce ancora una volta la fiducia accordata all'esercizio e alla pratica della pittura di rapportarsi alla trama delle cose secondo la propria specificità di linguaggio; nelle fotografie (in queste fotografie almeno) Battaglia imbastisce invece, attraverso movimenti trascritti su un registro appena differente, i frammenti di un oratorio civile di cui la sua fotografia è stata, insieme, attore e testimone. Anche in questo caso, una peculiarità linguistica ulteriormente specificata dalla pratica del reportage. Eppure tutto, in questa mostra, sembra rimandare ad un registro terzo: dal titolo, Due o tre cose che so di lei, che riprende testualmente un celebre film di Jean-Luc Godard (Deux ou trois choses que je sais d'elle, 1966, con il doppio riferimento del pronome alla protagonista femminile e alla città di Parigi) alla scelta di affidare ad una attrice come Serena Barone il ruolo della modella condivisa chiamandola quindi a una interpretazione, al percorso stesso dei due artisti che li ha visti in passato entrambi impegnati nell'attività teatrale sia pure con modalità differenti, Cipolla come scenografo e Battaglia come regista nel laboratorio impiantato all'interno dell'Ospedale psichiatrico di Palermo. E' il teatro allora, la messa in scena, il piano metaforico che accomuna in questa occasione il loro lavoro…»

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